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cultura

IL GENITIVO SICULO di Agostino Spataro

by Giuseppe on ott.06, 2009, under cultura

Il nepotismo corrode la democrazia

In questa fase difficile per la democrazia la politica arranca. Soprattutto in Sicilia dove i partiti, invece di avviare un processo di rigenerazione politica e morale, continuano a dividersi al loro interno e ad esercitarsi in un nepotismo davvero inaudito che li sta trasformando in involucri vuoti dominati da clan familiari e d’altra natura.

La misura cambia secondo il grado di moralità e il potere dei partiti e/o dei singoli esponenti. Le forze di governo sembrano più scatenate. Se non altro perché hanno più opportunità.

Tuttavia, il problema è generale e bipartisan, con un’accentuazione nelle aree più marginali.

Ma è presente anche in talune zone del lombardo - veneto dove persino i moralizzatori leghisti non disdegnano di favorire figli e nipoti.

Insomma, il nepotismo sta divenendo un costume, anzi un malcostume, nazionale.

Se ci soffermiamo sulla Sicilia è perché più c’interessa ed anche perché qui, storicamente, la tendenza è più diffusa, giacché trova alimento in una distorta concezione della famiglia i cui confini, in molti casi, coincidono con quelli dello Stato o dell’idea che dello Stato si ha.

Oltre la famiglia c’è la terra di nessuno, il deserto dei tartari.

Illuminanti, a tal proposito, le parole che Leonardo Sciascia (in “Il giorno della civetta“) mette in bocca al capitano Bellodi: “La famiglia è lo Stato del siciliano…Dentro la famiglia, il siciliano valica il confine della propria naturale e tragica solitudine e si adatta, in una sofisticata contrattualità di rapporti, alla convivenza”.

Grosso modo, siamo fermi lì. Senza dimenticare che in questi aspri luoghi fiorisce un’altra specie di “famiglia”, più tetra e spietata. Perciò, il progresso e il diritto stentano ad affermarsi mentre i doveri diventano opzioni o variabili indipendenti d’illesa impunità.

Ovviamente, è la politica a risentire maggiormente di questo (mal) costume, anzi in molti casi lo induce. Perciò, è poco credibile e sta perdendo il suo primato nel governo della società.

Un (mal)costume diffuso in tutti i settori sociali

La politica riflette orientamenti e vizi già esistenti che invece di combattere adotta.

Tuttavia, la tendenza è forte anche in altri campi: dall’economia alle professioni, dall’informazione all’amministrazione, dalle università alla sanità, ecc.

Il modello è la promozione del congiunto. Il titolo richiesto è il grado di parentela: figlio, moglie, fratello, nipote, zio, cognato di… Altro che concorsi, come vuole la Costituzione!

Per aprire le porte del potere basta questa specie di genitivo siculo, calabro o anche brianzolo

che, come nella sintassi, connota il nome cui si riferisce come soggetto di specificazione e pertanto evidenzia il limite del beneficiato che senza quel “di” non potrebbe avere accesso al beneficio.

Insomma, si è creata una grave devianza che la politica deve correggere se vuole riacquistare il ruolo primario che le compete e recuperare la fiducia dei cittadini che, in questa fase, ha toccato il minimo storico.

Si ripropone, cioè, un antico dilemma: o il sistema politico è capace di auto-riformarsi oppure è destinato ad essere travolto.

Il nepotismo, infatti, al pari della corruzione e dell’inefficienza, è una delle principali cause del degrado, del malgoverno e dell’infiacchimento della democrazia.

Il Parlamento nominato dall’alto e non più eletto dai cittadini

I nomi, gli esempi (talvolta disastrosi) sono sotto gli occhi di tutti. Basta cercarli. Li troverete anche nei posti, pardon nelle famiglie, più rispettabili. Molti nella pagine gialle e nelle varie liste di candidati. Ovviamente, non tutti i promossi sono figli di…

Tuttavia, la lista di figli, mogli, fratelli, zii e di parenti, anche acquisiti, di questo o di quell’altro esponente si allunga sempre di più. Specie dopo l’approvazione della legge elettorale nazionale (”porcata” l’ha definita il ministro leghista proponente) che, di fatto, consente ai vertici dei partiti di nominare i membri di Camera e Senato.

Da qui la gran parte degli abusi, l’infiltrazione delle più alte Assisi di parenti, amanti e concubine, di amici e di amici degli amici. Mancano solo i nonni. Ma di questo passo, chissà!

Tutto per colpa di quel genitivo che, oltre a creare un grave problema morale, intacca la qualità delle istituzioni e della stessa democrazia e quindi l’efficienza e l’equità dell’amministrazione.

Ripeto la tendenza non riguarda soltanto la politica, ma l’intero panorama delle attività pubbliche, e perfino private, dove se non sei figlio di qualcuno non hai diritto d’accesso.

Verso una società dell’esclusione

Il fenomeno è, dunque, ampio e mette in discussione il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini. Quali possibilità ha uno che non è figlio o parente di un esponente politico, di un barone universitario, di un ricco professionista?

Quasi nessuna. Egli è un escluso, un paria.

Figlio di un dio minore, è destinato all’emigrazione o ai lavori più umili e precari. O alla disoccupazione a vita.

A causa del nepotismo diffuso, si sta creando una società di caste (non solo politica, caro signor Stella) che esclude, invece che includere. O se preferite, include soltanto gli appartenenti alle caste, i super raccomandati, i lottizzati.

Le cronache si occupano degli inclusi, quasi mai degli esclusi, del destino che attende una massa enorme di persone, soprattutto giovani, vittime della prevaricazione.

Che fine fanno, dunque, gli esclusi?

La gran parte di loro subiscono e, rassegnati, aspettano il loro turno. Chissà? Prima o poi arriverà la chiamata. La restante parte s’indigna, ma si ritrova sola e impotente contro questo muro di gomma.

E così decide di fuggire da questa terra ingrata che premia i peggiori ed espelle i suoi figli migliori. Si, perché, in genere, gli esclusi sono i migliori, i più volenterosi, i più intelligenti. Senza offesa per gli inclusi.

Ovviamente la “terra” non c’entra nulla. Anzi, la Sicilia è bellissima, magnanima, purtroppo anche con i furbi e i prepotenti.

Sono gli uomini, avidi di potere e di denaro, che l’hanno resa ingiusta, inospitale per i giusti e per gli onesti.

Dove vanno gli esclusi?

Soprattutto, al centro-nord, in aree per altro segnate da fobie separatiste e razziste.

La Sicilia e il Mezzogiorno perdono così le loro braccia migliori e le energie intellettuali vitali, a favore delle regioni del nord che, gratuitamente, si appropriano di un patrimonio inestimabile costato sacrifici e risorse finanziarie alle comunità meridionali.

Chi ripaga le famiglie, le regioni meridionali di questa perdita?

Una volta si sperava nella solidarietà nazionale. Oggi va di moda il federalismo egoistico che accentuerà le differenze fra nord e sud e metterà a dura prova l’unità del Paese.

A parte tutto ciò, questi trasferimenti riproducono la vecchia, fallimentare (per il sud) bipartizione del modello di sviluppo italiano che assegna al Nord il ruolo trainante di area di produzione e di concentrazione del capitale finanziario mentre al Sud quello di area di consumo e di rifornimento di manodopera. Insomma, a 150 anni dall’Unità d’Italia e il meccanismo è rimasto sostanzialmente immutato: da Cavour a Berlusconi.

Chi fugge contribuisce, senza volerlo, a perpetuare questo meccanismo e lascia le mani libere

alle forze dominanti meridionali che avranno un potenziale oppositore in meno e potranno continuare ad escludere altri che verranno. Così, il cerchio si chiude, perfettamente, strangolando questo nostro Mezzogiorno senza lavoro e senza libertà.

Abolire il genitivo, almeno in politica

Tutto ciò è inaccettabile. Bisogna invertire la tendenza generale dello sviluppo e liquidare il perverso meccanismo del nepotismo, della raccomandazione, della discriminazione arbitraria. Non ci sono alibi, per nessuno. I partiti devono dare l’esempio, spezzando per primi questa catena. Se c’è la volontà politica, si può fare.

Cominciando con una modifica della legge elettorale per introdurre almeno una preferenza, approvando un regime più restrittivo d’ineleggibilità e d’incompatibilità e codici di comportamento interni che vietino la promozione e/o la candidatura di persone aventi rapporti di parentela con politici e esponenti di governi, anche locali. Pena la revoca del finanziamento pubblico.

Si obietterà che non si può essere penalizzati perché parenti di esponenti politici.

A parte che si tratterebbe di scelte volontarie, di opportunità, dico che, vista la situazione, il politico deve fare qualche rinuncia, qualche passo indietro. Cominciando col tenere i congiunti lontani dai posti di responsabilità e dalle aree di privilegio.

Certo, è giusto che le colpe dei padri non debbano ricadere sui figli, ma nemmeno i meriti e soprattutto i lasciti elettorali. Per evitare tali ricadute, sarebbe il caso di abolire il genitivo. Almeno in politica.

Agostino Spataro

30 settembre 2009

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I due mori - Agostino Spataro

by Giuseppe on ago.10, 2009, under cultura

I due Mori

Quando si dice il caso. Nella lista dei servitori dello Stato che, in epoche diverse, sono stati impegnati nella lotta alla mafia, spiccano due personalità le quali, ciascuna a suo modo, hanno esercitato il mandato ricevuto fra polemiche e grandi clamori: il prefetto Cesare Mori e il colonnello Mario Mori, già vice-comandante dei Ros.

Si tratta solo di una casualità, giacché i due funzionari hanno operato in contesti politici e storici molto diversi, a distanza di 70 anni l’uno dall’altro.

Solo il caso, dunque, li ha fatto “incontrare” in Sicilia sul terreno impervio del contrasto alla criminalità organizzata.

Oggi, le cronache si occupano spesso del secondo Mori per vicende complesse, e poco chiare, a proposito di “papello”, “trattativa”, nelle quali non desideriamo addentrarci. Saranno le inchieste e i processi a illuminare le verità connesse.

Vorrei, soltanto, cogliere quest’omonimia che, certo, è casuale ma molto suggestiva.

Soprattutto, per quanti, in forza dell’età o dei ricordi, possono valutare la differenza di ruolo dei due alti funzionari in rapporto al tipo di Stato che li ha comandati.

Poiché, più che la personalità dei singoli funzionari il problema è dato dal tipo di mandato conferito dai governi committenti.

Due Stati due Mori, si potrebbe dire.

Su questo bisogna cominciare a riflettere, specie alla luce delle recenti dichiarazioni rese dall’on. Luciano Violante ai magistrati di Palermo secondo le quali il vice comandante dei Ros per ben tre volte gli prospettò un incontro riservato con Vito Ciancimino, al di fuori dei canali istituzionali.

Dichiarazioni ancora non smentite dal generale Mori.

Perciò, nascono, spontanee, tante domande cui si spera vengano date risposte esaurienti.

A che cosa doveva servire quell’incontro? Forse a sondare, a saggiare la posizione di una personalità istituzionale di rilievo, e della forza politica d’appartenenza, su qualcosa di anomalo?

Il diniego di Violante ha bloccato sul nascere un disegno così maldestro?

La faccenda è di enorme rilevanza processuale, ma soprattutto politica giacché, se attivazione c’è stata, Mori non ha agito, certo, per ragioni personali, ma in esecuzione di un ordine impartito dall’alto. Quanto alto? Anche l’altezza del livello dovrà essere accertata in sede processuale.

A rigor di logica e dell’esperienza, l’eventuale comando, chiunque l’avesse dato, non poteva essere ignorato dai più alti livelli dello Stato e quindi dalle forze politiche che lo Stato dirigevano in quel momento storico. Altrimenti, si aprirebbe uno scenario molto più inquietante di quello, oggi, immaginato.

Da questo cerchio non si esce. Anche se, spero che la magistratura dimostri l’inconsistenza di tale ipotesi che, diversamente, mortificherebbe l’etica e la funzione dello Stato democratico che non tratta con i criminali, ma previene e reprime.

L’ipotesi sarebbe, per altro, in forte contrasto con la missione affidata dal governo fascista di Mussolini, a metà degli anni ‘20 del secolo scorso, al prefetto Cesare Mori di dirigere una decisiva campagna di repressione contro le organizzazioni mafiose siciliane.

Altri tempi, altri contesti, altri governi.

Com’è noto, il “prefetto di ferro”, anche se con metodi piuttosto sbrigativi, conseguì un buon risultato contro la mafia di basso e di medio livello. Non riuscì a raggiungere il livello apicale perché, ad un certo punto, fu fermato da Mussolini che lo giubilò con uno scranno al Senato.

Comunque sia, per un lungo periodo- raccontano i nostri vecchi contadini e le statistiche- l’Isola fu resa sgombra da questo terribile flagello. E questo è un fatto che- a distanza di tanto tempo- bisognerebbe riconoscere, senza imbarazzi, senza per ciò temere di passare per “revisionisti”. Siamo talmente vaccinati contro il fascismo, di ieri e di oggi, da poterci permettere il “lusso” della verità storica.

Taluni, anche eminenti studiosi, hanno osservato che ciò avvenne perché il fascismo, essendo uno stato forte e totalitario, non poteva ammettere l’esistenza, seppure in una parte del territorio italiano, di una sorta di anti-Stato o di Stato nello Stato.

Questo è vero. Ma, visto il dramma in cui oggi si dibattono tre grandi regioni meridionali, l’osservazione potrebbe, di converso, indurre a pensare a una grave debolezza dello Stato democratico, nella misura in cui tollera o addirittura tratta con la criminalità organizzata.

Uno Stato non può ammettere, tollerare, sullo stesso territorio, un’entità concorrente o parallela, per altro illegale e violenta.

Ancor di più lo Stato democratico, nato dalle rovine del nazi- fascismo, che essendo basato sul libero consenso popolare, sul pluralismo è, o dovrebbe essere, più forte ed efficiente che qualunque dittatura.

Agostino Spataro

(6 agosto 2009)

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Pasolini

by Giuseppe on gen.22, 2009, under cultura

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