Senza categoria
Interpretazione Pasquale
by Giuseppe on apr.04, 2010, under Senza categoria
E un raggio di luce illuminò il buio sepolcro e il mondo intero. La speranza di oggi cos’altro può essere se non la consapevolezza che la vita eterna è quella che combattiamo quotidianamente: ciascuno a suo modo e a suo tempo, cercando il proprio raggio di luce.
Buona Pasqua
Recinti e ippopotami
by Giuseppe on mar.21, 2010, under Senza categoria
E mentre i vecchi saggi discutono su come dev’essere costruito il recinto, gli ippopotami continuano a sbranare gli abitanti del villaggio.
Chi è più felice?
by Giuseppe on mar.07, 2010, under Senza categoria
2+2=5 . Tutti, prima o poi, dobbiamo farcene una ragione, questa è l’equazione del buonsenso e della felicità, basta crederci.Tutti insieme potremmo partecipare a cortei e manifestazioni multicolori per la libertà e per il consenso: come dei camaleonti con la spina dorsale estraibile per strisciare, al bisogno.
Orwell aveva già capito tutto
centro revisione di montagna
by Giuseppe on feb.22, 2010, under Senza categoria
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Cna e Confartigianato: Unite al fianco degli Artigiani Valdostani (1)
by Giuseppe on feb.22, 2010, under Senza categoria
Leave a Comment more...tra palco e raltà (chi non lo è?)
by Giuseppe on feb.21, 2010, under Senza categoria, canzoni, musica
A proposito di “Piano B 3.0″ - Lester R Brown-
by Giuseppe on gen.24, 2010, under Senza categoria
Prendiamo una scimmia, una banana e una scatola di cartone.
Se diamo la banana alla scimmia, la sbuccia e la mangia.
Se sotterriamo la banana, la scimmia scava, dissotterra la banana, la sbuccia e la mangia.
Se mettiamo la banana dentro la scatola, la scimmia la apre, sbuccia la banana e la mangia.
Ma se mettiamo la banana dentro la scatola e la sotterriamo, la scimmia scava dissotterra la scatola e ci si mette a giocare senza aprirla.
Conclusione: la scimmia ha la capacità di agire in tutte e quattro le circostanze ma nell’ultima non mangia la banana perché riesce a fare solo due passaggi mentali.
E se anche noi (umanità), per trovare una soluzione alle problematiche che ci assillano, avessimo bisogno di fare un passaggio mentale in più?
Protetto:
by Giuseppe on gen.02, 2010, under Senza categoria
buon anno!
by Giuseppe on gen.01, 2010, under Senza categoria
Buon anno a tutto il mondo da Rosa e Giuseppe
Protetto:
by Giuseppe on dic.26, 2009, under Senza categoria
LEONARDO SCIASCIA E IL PCI di Agostino Spataro
by Giuseppe on nov.27, 2009, under Senza categoria
ALCUNE COSE SUL RAPPORTO FRA LEONARDO SCIASCIA E IL PCI
1. Il 20° anniversario della morte di Leonardo Sciascia rischia di passare quasi inosservato. Il 2009 doveva essere l’anno sciasciano, specie in Sicilia. La visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, alla tomba dello scrittore, a Racalmuto, lasciava ben sperare.
Purtroppo, così non è stato per ragioni che ai più restano ignote.
Anche per novembre, il mese della ricorrenza, non si annunciano eventi importanti.
Questo passa il convento, anzi il governo. C’è da sperare che qualcuno non pensi di scaricarne la colpa sulla concomitanza con un altro, memorabile ventennale: quello del crollo del muro di Berlino che ricorre 11 giorni prima della morte di Sciascia.
Sarebbe come prendersela con la morte, beffarda e irriverente, che si è preso lo scrittore a 68 anni e per giunta 9 giorni dopo lo storico crollo. D’altra parte, nessuno può decidere né quando nascere né quando, e come, morire. Solo ai suicidi è concesso il secondo, tragico “privilegio”.
2.. Ma lasciamo questo infausto preambolo e andiamo ad alcune cose, che ancora ricordo, riguardanti il rapporto di Leonardo Sciascia con il Pci che, prima del partito radicale, fu per lui la forza politica di riferimento.
Con questo partito, specie a livello siciliano, lo scrittore ebbe, una relazione lunga e intermittente che si romperà nella seconda metà degli anni ‘70 quando, nel volgere di quattro anni, (1975-79) passò da consigliere comunale di Palermo eletto nelle liste del Pci a deputato radicale.
Discutendo con lui, a più riprese, ho cercato di indagarne i motivi, almeno quelli più connessi con taluni passaggi importanti della vita del Pci isolano.
Nei miei appunti non c’è molto, perciò scrivo quel che rammento (magari rischiando qualche imprecisione e omissione), prima che il ricordo svanisca fra le nebbie della memoria.
Può darsi che qualcuno non apprezzerà o se ne lagnerà. Pazienza. Posso, comunque, assicurare che il fine è solo quello di rassegnare il mio ricordo, certo non esaustivo del più complesso rapporto fra Sciascia e il Pci che, forse, andrebbe meglio indagato.
L’anniversario potrebbe essere l’occasione per stimolare gli studiosi ad avviare la ricerca anche su questo versante della personalità dello scrittore che resta poco conosciuto, specialmente dalle nuove generazioni.
3.. Premetto anche che non sono stato “amico” di Sciascia nel senso che con lui non ebbi mai un’intimità, una frequentazione intensa sul piano personale.
L’ho incontrato in qualche convegno. Una sola volta lo andai a trovare alla “Noce”, nella sua casa di campagna, a Racalmuto e un’altra volta lo vidi a Porta di Ponte, ad Agrigento, mentre, con la busta della spesa in mano, usciva dalla Standa con a fianco la moglie. Prendemmo un caffè al bar Milano.
Di più mi è capitato d’incontrarlo alla Camera dove, di tanto in tanto, veniva quando era deputato radicale.
Nelle lunghe attese si rifugiava nella sala dei giornali. Sebbene fossimo colleghi, lo salutavo con un rispettoso “professù” come lo chiamavano i compagni di Racalmuto.
Incontri casuali, dunque, (per me molto graditi) come possono avvenire fra due compaesani che si ritrovano in una piazza di una città lontana.
Un caffè alla buvette e poi quattro chiacchiere, avanti e indietro, nel corridoio dei “passi perduti”. Sciascia, talvolta, si appoggiava al bastone anche se apparentemente sembrava non averne bisogno.
4.. Prima che politico, il mio approccio con lo scrittore era quello del lettore, dell’estimatore del suo stile letterario, del suo scrivere conciso ed efficace nella rappresentazione e nell’intuizione. Tuttavia, quasi mai parlammo dei suoi libri e di letteratura in genere.
Eravamo nel tempio della politica ed era giocoforza parlare di cose politiche sulle quali, per altro, non sempre si era d’accordo. Del resto, eravamo deputati di due partiti diversi e sovente in polemica. Tuttavia, ero molto interessato a conoscere il suo punto di vista di scrittore su determinate questioni politiche.
L’elezione a deputato non gli aveva fatto superare del tutto il disagio verso la politica attiva.
Nei suoi scritti Sciascia aveva mostrato un buon fiuto politico, ma non riusciva ad adattarsi al ruolo di parlamentare. O, forse, non desiderava adattarvisi. Credo che sia venuto in Parlamento solo per far parte della Commissione d’inchiesta sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro.
5.. Leonardo Sciascia, pur essendo nativo di Racalmuto, centro minerario dell’agrigentino a cui rimase legato per tutta la vita, non ebbe molte frequentazioni col Partito e i dirigenti della provincia di Agrigento.
Di più frequentò alcuni dirigenti e intellettuali comunisti di Caltanissetta (Giuseppe Granata, Emanuele Macaluso, Calogero Roxas, Gino Cortese, ecc) dove studiò e visse per un certo tempo.
Tuttavia, per quanto a me risulta, la Federazione comunista di Agrigento lo interpellò per averlo candidato, anche per il Senato.
Sciascia, pur dichiarando una certa affinità d’idee col Pci, rifiutò dicendo che desiderava continuare a scrivere senza essere distratto dall’attività politica verso la quale non si sentiva portato.
6.. La sua “discesa in campo” avvenne nel 1974, in occasione della campagna per il referendum per l’abolizione della legge sul divorzio. Una battaglia importante per i diritti civili e di libertà molto cari allo scrittore il quale decise d’impegnarsi in prima persona nel fronte del “No” (pro-divorzio) che in Sicilia non era, sulla carta, maggioritario.
Ad Agrigento eravamo ancor più preoccupati poiché in questa provincia periferica era forte l’influenza politica e culturale della Dc e della Chiesa cattolica.
Sciascia non si limitò a firmare qualche appello, ma diede una mano in concreto, partecipando a conferenze e incontri pubblici che, credo, in altre circostanze avrebbe evitato. Ad Agrigento tenne un’affollata conferenza al cinema Astor. Ricordo che nella città dei Templi gli eventi più rimarchevoli di quella campagna referendaria furono la citata conferenza di Sciascia e la memorabile manifestazione popolare con Enrico Berlinguer. Per la cronaca, nell’agrigentino il “No” vinse alla grande.
L’impegno di Sciascia, di Renato Guttuso e di altri intellettuali di sinistra e progressisti fu decisivo per scuotere il mondo della cultura, dell’Università e della scuola in genere che, per la prima volta, dopo il 1968, si schierava a difesa di una conquista laica, di civiltà, che rischiava di essere travolta.
7.. Dopo la vittoria, per noi si pose il problema di assicurare continuità a questa battaglia di progresso estendendola ad altri campi della condizione civile e sociale siciliana e soprattutto di non disperdere il grande patrimonio di forze intellettuali, anche di tendenza moderata, che sull’onda della vittoria referendaria potevano spostarsi a sinistra.
Per altro, il referendum trovò il partito siciliano nel vivo di un confronto interno, a tratti anche duro, per il rinnovamento dei gruppi dirigenti e del modo di fare politica.
Anche la vecchia struttura, prevalentemente, contadina del Pci siciliano stava facendo i conti col ‘68. Non quello importato da Milano o da Roma, ma quello più fecondo e unitario esploso nelle università e nelle scuole siciliane.
A quel tempo, (dal 1973) segretario regionale del Pci era Achille Occhetto (inviato in Sicilia da Longo nel 1970, per “punizione” dicevano le malelingue) il quale s’intestò la battaglia del rinnovamento che in alcune federazioni era già iniziata qualche tempo prima e con successo.
Significativa quella che abbiamo combattuto, e vinto, ad Agrigento che culminò nel congresso provinciale del febbraio 1972.
Subito dopo quel congresso, fu sciolto il Parlamento e quindi fummo costretti a correre per preparare le liste e la campagna elettorale.
Per dare un chiaro segnale di rinnovamento anche della nostra rappresentanza parlamentare ponemmo il problema di non ricandidare due compagni di grande prestigio, ma avanti con le legislature: il senatore Francesco Renda e l’on. Salvatore Di Benedetto.
Iniziò la ricerca di nomi alternativi. Per il collegio del Senato formulammo una rosa ristretta fra cui Leonardo Sciascia che, interpellato, declinò l’invito.
8.. Dopo la campagna elettorale del 1972, Achille Occhetto subentrò ad Emanuele Macaluso alla segreteria regionale.
Il cambio si caratterizzò all’insegna del rinnovamento generazionale e del “nuovo modo di fare politica” in Sicilia. Sotto accusa andò il cosiddetto “notabilato rosso” ossia una serie di personalità carismatiche, di capipopolo, affermatisi durante le lotte del dopoguerra, che il tempo aveva logorato. Per altro, Occhetto chiamò in segreteria e alla guida di alcune federazioni provinciali alcuni compagni esterni, suoi collaboratori ai tempi della Federazione giovanile comunista italiana.
L’intento era quello d’innestare nel gruppo dirigente siciliano, già in fase di rinnovamento, un gruppo di giovani provenienti dal Nord.
Una folata di “vento del nord” per modernizzare, cambiare gli assetti dirigente del Partito in terra di mafia e di predominio della Democrazia cristiana.
E così, oltre a Michele Figurelli già in loco, giunsero, fra gli altri, Valerio Veltroni (fratello di Walter) che dalla segretaria regionale sarà catapultato a Trapani, e i toscani Giulio Quercini segretario a Catania e Alessandro Vigni segretario a Enna.
Qualcuno parlò di “colonizzazione” del partito siciliano.
Leonardo Sciascia, invece- mi dirà alla Camera- la vide di buon occhio, anzi la ritenne necessaria.
Occhetto fece leva su questo suo interesse per avviare, tramite Figurelli e V. Veltroni, un contatto piuttosto intenso con lo scrittore.
Sciascia, dunque, approvò la “calata” in Sicilia di questi giovani dirigenti del nord, anche se rimase restio verso l’adesione a un partito-chiesa come un po’ gli appariva il Pci, verso il quale, per altro,
aveva accumulato alcune perplessità riferite a fatti antichi (la contrastata esperienza del milazzismo) e più recenti riconducibili alla segreteria di Macaluso.
9.. Occhetto e i suoi inviati del Nord garantirono a Sciascia che quel tempo era finito, per sempre.
Ora a dirigere il Partito c’erano loro, forze nuove, fresche formatesi in altri contesti, nell’alveo delle lotte per la pace e del movimento studentesco e affermatisi in Sicilia dopo una lotta durissima proprio contro i personaggi verso i quali lui aveva riserve.
L’idea che si voleva accreditare era quella che nel partito siciliano e negli organismi collaterali fosse in atto una sorta di “rivoluzione culturale” che stava liquidando ogni residua mentalità compromissoria e aperto il Partito alla società civile, agli intellettuali progressisti, agli imprenditori onesti.
Insomma, a Sciascia fu prospettato un mondo nuovo, una sorta di rivoluzione copernicana della politica siciliana.
Lo scrittore- ammetterà- che un po’ si lasciò sedurre dai discorsi di questi giovani “colonizzatori” i quali, provenendo dal nord, parevano immuni dai difetti mostrati dai dirigenti siciliani.
10.. Perciò ruppe gli indugi e nel 1974 partecipò attivamente alla campagna referendaria e l’anno successivo accettò la candidatura, come indipendente, a consigliere comunale di Palermo nella lista del Pci.
Un bel colpo per Occhetto che era riuscito dove tanti avevano fallito. Quello stesso Sciascia che aveva rifiutato le profferte del Pci per un seggio nel Parlamento nazionale ora accettava di candidarsi per un posto al consiglio comunale di Palermo, insieme a Renato Guttuso e allo stesso Occhetto, capolista. Ovviamente, sarà eletto.
Si parlò di svolta per Palermo, ma nel nuovo consiglio i numeri non promettevano facili cambiamenti. Nonostante la discreta avanzata del Pci, la Dc e il centro-sinistra (di allora) conservavano una solida maggioranza.
Per di più, Sciascia a ogni riunione del consiglio comunale era costretto a bighellonare per ore fra i banchi di Sala delle Lapidi, impacciato e nervoso, in attesa che s’iniziassero quelle interminabili, e spesso inconcludenti, sedute notturne.
Una situazione frustrante che lo porterà, a pochi mesi dall’insediamento, alle dimissioni dal consiglio comunale di Palermo. Lo scrittore, che mesi dopo sarà seguito da Guttuso, motivò la sua inattesa decisione con i lunghi ritardi sui tempi d’inizio delle sedute e in generale col confuso andamento dei lavori d’aula.
Tutto ciò era vero, ma oltre quelle motivazioni c’era un disagio politico che l’inquietava. Probabilmente, Sciascia, in quei pochi mesi d’impegno attivo nel gruppo consiliare del Pci, cominciò ad avvertire una certa delusione rispetto alle attese e alle promesse di cambiamento annunciate da Occhetto e dai suoi inviati.
11.. Ne parlammo in quelle chiacchierate a Montecitorio. Mi fece capire che presto si accorse che il cambiamento dato per avvenuto in realtà era in gran parte di facciata, anzi di facce. Insomma, un po’ millantato dai dirigenti del nord per indurlo ad entrare in lista a Palermo.
E - aggiungo io- per fare di Sciascia un bel fiore all’occhiello da esibire nelle riunioni romane e nei salotti buoni dell’intellighenzia di sinistra.
Lo scrittore riteneva (e diversi fra noi) che Emanuele Macaluso, anche da Roma, continuasse
a influire sul partito siciliano, soprattutto sul gruppo parlamentare all’Ars dove operava Michelangelo Russo, uomo di sua stretta fiducia.
A parte l’amara esperienza del milazzismo, citava in particolare l’episodio, verificatosi ai primissimi anni ‘70, della fusione tra Realmonte-Sali (società dell’Ente minerario siciliano) e la Sams dell’avvocato Francesco Morgante, potente imprenditore del sale e intimo dell’ex presidente dc della regione on. Giuseppe La Loggia.
Sciascia conosceva bene la vicenda perché edotto dal prof. Antonio Lauricella, sindaco dc di Grotte e comproprietario di una miniera di salgemma in territorio di Petralia minacciata dal piano Ems-Sams.
Lauricella non sapendo più dove sbattere la testa (gli amici democristiani gli avevano chiuso la porta in faccia) si rivolse all’uomo di cultura di sinistra, quasi compaesano, che sapeva sensibile ai temi della trasparenza e della moralità pubblica.
Consegnò a Sciascia un dettagliato memoriale dal quale si evidenziava la supervalutazione degli apporti privati (Sams) e i comportamenti quantomeno distratti dei partiti politici di maggioranza e d’opposizione.
12.. Anche molti fra noi consideravano quella fusione un inganno che avrebbe fruttato miliardi alla Sams di Morgante e soci e non avrebbe dato corso ai programmi di sfruttamento dei grandi giacimenti di salgemma esistenti e di quelli scoperti, di recente, lungo la costa agrigentina, da Realmonte a Ribera. Così è stato.
Sciascia prese a cuore la questione e la girò ai suoi amici del Pci, facendone una sorta di banco di prova per verificare la loro coerenza politica.
Vista la sordità dei suoi interlocutori, inviò il memoriale alla segreteria nazionale del Pci, accompagnato da una sua lettera in cui chiedeva un intervento di Roma sul partito siciliano.
Non ebbe risposta. La fusione si fece, con la benedizione anche dei vertici regionali del Pci.
Non cercai riscontri su ciò che Sciascia mi disse anche perché avendo seguito, da responsabile economico del Pci agrigentino, quella vicenda e i comportamenti dei vari protagonisti, fui incline a crederlo per vero.
Per altro quella chiacchierata fusione finirà in tribunale. Chi ne avesse voglia potrà consultare le carte del processo, soprattutto, consiglio, le relazioni del prof. Piga, perito della pubblica accusa.
13.. Ma torniamo al percorso politico di Leonardo Sciascia che nel 1979 è pluri - capolista alla Camera per i radicali.
Sarà eletto in più collegi con una valanga di voti di preferenza. Il grande scrittore arriva, dunque, alla Camera nella veste di deputato radicale, accompagnato dalla stima generale anche da parte di tanti esponenti siciliani di quella Democrazia cristiana che lui accusava di contiguità con la mafia e col malaffare.
Confesso che vedere lo scrittore tra i banchi radicali mi procurava un certo rammarico. Ero convinto che se ci fosse stata più correttezza l’avremmo potuto portare noi in Parlamento, anche se- vedendolo all’opera - mi persuasi che quella radicale fosse la casacca a lui più appropriata. Politicamente, Sciascia era un libertario. Mai sarebbe diventato un comunista, anche se anticomunista non fu mai.
Nemmeno dopo l’increscioso episodio delle presunte “rivelazioni” che Enrico Berlinguer gli avrebbe fatto sui collegamenti delle Brigate Rosse con i servizi di Praga.
Sciascia mi raccontò questa vicenda un paio di volte, in Transatlantico, una prima su mia richiesta e una seconda in uno sfogo contro Guttuso.
14.. Cos’era successo? Secondo Sciascia, in un incontro informale e alla presenza di Guttuso, Berlinguer gli avrebbe confidato che, da informazioni in suo possesso, risultava che settori della Brigate Rosse erano in collegamento con i servizi di Praga, fra i più fedeli al Kgb. La qualcosa, detta dal segretario generale del Pci, avvalorava la tesi, da taluni sostenuta durante il sequestro Moro, di un interesse di Mosca a eliminare il presidente della Dc per impedire l’attuazione del progetto del “compromesso storico” che avrebbe aperto al Pci le porte del governo.
Com’è noto, tale progetto era stato propugnato da Berlinguer e non condiviso dalle alte sfere del Pcus che temevano un distacco, una deriva “revisionista” del Pci e di altri partiti comunisti europei (Pcf e Pce), impegnati nella svolta dell’eurocomunismo.
Sciascia, troppo preso della vicenda umana e politica di Aldo Moro, sulla quale scrisse un pamphlet controcorrente (”L’affaire Moro“), svelò la confidenza fattagli da Berlinguer creando scandalo nell’opinione pubblica e gravissimo imbarazzo nel gruppo dirigente del Pci.
Berlinguer smentì su tutta la linea e propose querela. Sciascia, invece, confermò e chiamò Guttuso a testimone. Quest’ultimo si venne a trovare in una situazione davvero drammatica giacché doveva scegliere di confermare la parola del segretario del Partito, del cui Comitato centrale era membro prestigioso, o quella del suo amico scrittore, siciliano come lui e compagno di tante battaglie.
Guttuso, di fatto, diede ragione a Berlinguer. Non sapremo mai se scelse la verità o l’onorabilità del suo segretario generale.
Mentre raccontava queste cose, Sciascia più che indignato mi parve amareggiato.
Credo che, in cuor suo, se ne fosse fatta una ragione. Fra i due capiva di più Berlinguer che certo non poteva ammettere d’aver detto quelle cose. Le conseguenze sarebbero state davvero disastrose, incalcolabili. Lo ferì di più la testimonianza sfavorevole del suo amico Guttuso, che, da artista, aveva il dovere della verità facendola prevalere sull’appartenenza politica.
15.. Ricordo che in quel periodo il suo chiodo fisso era la drammatica condizione della Dc dopo i delitti Moro e Mattarella.
Una domenica, (19 settembre 1982) andai a trovarlo alla Noce, pochi giorni dopo l’assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Gli portai una copia del mio libro “Per la Sicilia“. Lo trovai fisicamente un po’ giù. Mi elencò quattro - cinque malattie di cui soffriva. Soprattutto si lamentò di una fastidiosa cervicale.
Ovviamente, parlammo del fatto di Dalla Chiesa e del suo articolo, apparso sul “Corriere della Sera” quella mattina, in cui sosteneva la tesi, un po’ ardita, della mafia come fenomeno eversivo.
Una mafia che, avendo perduto la protezione della Dc e quindi dello Stato, uccide tutti quelli che incontra sulla sua strada.
Gli feci osservare che questi delitti potevano essere letti anche come la sfida tracotante di una mafia che aspirava al predominio sulla Sicilia.
Anche la strage di via Carini poteva essere interpretata come una dimostrazione di forza attuata come da prassi. Quando cioè fu chiaro a tutti che il generale-prefetto era stato un po’ abbandonato dallo Stato in una condizione di solitudine e diffusa ostilità, (non solo mafiosa) e senza i poteri speciali promessi.
Gli riferii le “difficoltà”, soprattutto di carattere giuridico, prospettatemi dal ministro dell’interno, on. Virginio Rognoni, a proposito dei poteri non attribuiti a Dalla Chiesa e le “preoccupazioni”
circolanti a Montecitorio, prima dell’assassinio, a proposito dei trascorsi piduisti di Dalla Chiesa e di certe riserve provenienti dagli uffici giudiziari di Milano.
Sciascia ascoltò, ma restò fermo nella sua posizione. Secondo lui, la Dc, a differenza dei tempi di Portella della Ginestra, oggi vorrebbe distaccarsi dalla mafia. Molti dirigenti democristiani vivono nel terrore d’essere uccisi. Perciò, non capiva il motivo di tanto accanimento contro la Dc quando, invece, bisognerebbe incoraggiarla in quest’opera di distacco.
Accennò a un colloquio avuto, di recente, con l’on. Calogero Mannino.
16.. Si passò, infine, all’argomento che più mi premeva conoscere: il suo futuro politico.
Sciascia fu chiarissimo e conciso. Mi ribadì l’intenzione di dimettersi da deputato a conclusione della commissione d’inchiesta sul delitto Moro e di non volersi ripresentare alle prossime elezioni.
Smentì anche la voce secondo la quale potrebbe ricandidarsi col Psi di Craxi.
Mi rispose: “Se dovessi rifare questa “pazzia” mi ripresenterei coi radicali”
Nel PR si era trovato bene, giacché il regime interno gli consentiva la più ampia libertà, anche se gli pareva destinato alla dissoluzione.
In ultimo, il discorso ri-cadde sul suo impegno nelle liste del Pci a Palermo. Sciascia scosse la testa e chiuse con un laconico “Si è sbagliato da entrambe le parti”.
(novembre 2009)
* Agostino Spataro è stato dirigente e parlamentare nazionale del Pci. E’ direttore di “Informazioni dal Mediterraneo” (www.infomedi.it) e collaboratore di “La Repubblica”.
La dignità della parola e la vergogna del silenzio - Agostino Spataro
by Giuseppe on set.02, 2009, under Senza categoria, prosa
Se ci fate caso, sono siciliani i tre più importanti esponenti cattolici che per primi hanno pubblicamente condannato i comportamenti “privati” di Silvio Berlusconi.
Si tratta, infatti, di don Antonio Sciortino, nato a Delia, direttore di “Famiglia Cristiana”, il più diffuso settimanale italiano; del vescovo Mariano Crociata, nato a Castelvetrano, segretario della Conferenza episcopale italiana (CEI); di mons. Domenico Mogavero, nato a Castelbuono vescovo di Mazara e presidente del Consiglio per gli Affari giuridici della CEI.
Altro che “parroci di provincia”! Come pensavano di etichettarli Berlusconi e i suoi.
La verità è che in questo silente panorama politico e mediatico, tutto italiano, questi tre eminenti sacerdoti, appellandosi a valori che parevano appannati, hanno squarciato il silenzio e richiamato al senso delle responsabilità il nostro anziano capo del governo autore di “imprese” non certo gloriose. In alcova, come in altri campi.
Richiami severi, per altro ripetuti, che hanno colpito nel segno e sollevato una spinosa questione morale che ormai si configura come serio problema politico.
A cominciare, ovviamente, dai rapporti fra governo e Chiesa cattolica.
Nell’attesa che altri sacerdoti, ma anche esponenti politici, giornalisti e semplici cittadini, prendano posizione, ci piace soffermarci sui tre prima citati che, oltre al dato anagrafico, sembrano avere in comune una sensibilità etica che pareva smarrita.
Tre emeriti figli di Sicilia cui tutti dovremo essere grati, anche noi laici, per avere, con la loro condanna, riacceso la speranza di un recupero di comportamenti più sobri, virtuosi e di una dimensione etica della politica.
Dalla terra della “omertà” giungono tre voci, alte e severe, che hanno scosso quel clima di rassegnazione che serpeggia fra genti smarrite, in attesa di una parola di speranza e di cambiamento.
In questo mondo di muti, la forza e la dignità della parola irrompono contro la vergogna del silenzio.
Certo, tre voci, per quanto autorevoli, non formano un coro. Tuttavia, le loro sono parole pesanti come macigni che nessun Letta potrà cancellare. Nemmeno inviando il premier al pellegrinaggio della “Perdonanza” celestiniana.
Prima di questa nuova messinscena, Berlusconi farebbe bene a rispondere alle tante domande rimaste inevase. A cominciare dai richiami dei tre sacerdoti siciliani i quali non hanno esternato a titolo personale, ma a nome delle rispettive istituzioni rappresentate.
Rileggiamone alcuni.
Don Antonio Sciortino scrive il 23 giugno 2009 su Famiglia Cristiana “ Quel limite di decenza è stato superato. Qualcuno ne tragga le debite conclusioni…In altre nazioni se i politici vengono meno alle regole (anche minime) o hanno comportamenti discutibili, sono costretti alle dimissioni. Perché tanta diversità in Italia?” .
Mons. Mariano Crociata, segretario generale della CEI, rincara la dose (“Avvenire” del 7/7/09) parlando di “sfoggio di un libertinaggio gaio e irresponsabile che invera la parola lussuria…Nessuno deve pensare che si tratti di affari privati; soprattutto quando sono implicati minori, cosa la cui gravità grida vendetta al cospetto di Dio”.
Il vescovo Domenico Mogavero (“La Repubblica” 20/8/09) chiede che “ il premier risponda un volta per tutte alle accuse che gli sono state mosse… in Parlamento e denunci alla magistratura i suoi presunti calunniatori…Per questo gli consiglio pure di abbassare i toni, di evitare d’indicare modelli diseducativi come la corsa alla ricchezza, al potere, all’uso della donna…”.
Parole chiare che, oltre il caso Berlusconi, sembrano un appello alla difesa di taluni valori fondanti senza i quali la Chiesa, in una fase già critica, avrebbe meno titoli per esercitare la sua missione.
Soprattutto in vista di nuovi confronti (o incontri?) con altre religioni. A cominciare dall’Islam già approdato in Italia e ancor più nel resto d’Europa.
Insomma, mi pare che i tre prelati siciliani si siano fatti carico di un’opera immane e possano essere d’esempio per altri sacerdoti e politici e direttori di giornali e tv che certo non ci stanno facendo una bella figura, in Italia e all’estero.
Non sappiamo se, e quanto, abbia influito sulla loro determinazione la sicilianità, quella sana, da molti invocata e da pochi vissuta come appartenenza a una cultura antica e tollerante.
Di questi tempi, per i siciliani onesti sono rare le occasioni d’orgoglio. La presa di posizione dei tre sacerdoti mi sembra una di queste.
Agostino Spataro
* pubblicato, con altro titolo, su La Repubblica/Pa del 28 agosto 2009
La cattiva strada - De André
by Giuseppe on ago.28, 2009, under Senza categoria, canzoni, poesia
Alla parata militare
sputò negli occhi a un innocente
e quando lui chiese “Perché ”
lui gli rispose “Questo è niente
e adesso è ora che io vada”
e l’innocente lo seguì,
senza le armi lo seguì
sulla sua cattiva strada.
Sui viali dietro la stazione
rubò l’incasso a una regina
e quando lei gli disse “Come ”
lui le risposte “Forse è meglio è come prima
forse è ora che io vada ”
e la regina lo seguì
col suo dolore lo seguì
sulla sua cattiva strada.
E in una notte senza luna
truccò le stelle ad un pilota
quando l’aeroplano cadde
lui disse “È colpa di chi muore
comunque è meglio che io vada ”
ed il pilota lo seguì
senza le stelle lo seguì
sulla sua cattiva strada.
A un diciottenne alcolizzato
versò da bere ancora un poco
e mentre quello lo guardava
lui disse “Amico ci scommetto stai per dirmi
adesso è ora che io vada”
l’alcolizzato lo capì
non disse niente e lo seguì
sulla sua cattiva strada.
Ad un processo per amore
baciò le bocche dei giurati
e ai loro sguardi imbarazzati
rispose “Adesso è più normale
adesso è meglio, adesso è giusto, giusto, è giusto
che io vada ”
ed i giurati lo seguirono
a bocca aperta lo seguirono
sulla sua cattiva strada,
sulla sua cattiva strada.
E quando poi sparì del tutto
a chi diceva “È stato un male”
a chi diceva “È stato un bene ”
raccomandò “Non vi conviene
venir con me dovunque vada,
ma c’è amore un po’ per tutti
e tutti quanti hanno un amore
sulla cattiva strada
sulla cattiva strada.
L’ultima lezione
by Giuseppe on ago.07, 2009, under Senza categoria
Da tre anni frequento il corso serale dell’ ISIP di operatore dei servizi sociali. E’ stata un’esperienza interessante, a volte divertente, ma impegnativa e non facile da portare a termine. Gli insegnanti che si sono avvicendati, nelle proprie ore di lezione hanno fatto qualcosa in più che fornirci delle nozioni: hanno dato un senso alla nostra presenza, alla nostra esperienza e al nostro essere studenti adulti, facendoci sentire parte di una società civile.
Per questo, a nome di tutti i miei compagni di classe, che in questo momento rappresento: grazie!
Purtroppo l’ultima lezione è quella che in questi giorni ci sta dando l’assessorato alla pubblica istruzione e la dirigenza scolastica: sopprimendo la quarta classe serale TSS (tecnico dei servizi sociali) ci hanno convinto e sollevato da futuri impegni scolastici.
Convinto perché hanno proprio ragione: che senso ha studiare a una certa età? Perché andare a scuola dalle 18 alle 23 ogni sera? Ostinarsi a studiare è veramente scortese da parte nostra… tre anni sono sufficienti… perché non rassegnarsi?
In questi anni qualche cosa l’abbiamo imparata: le azioni contano più di mille parole, ma di parole ne sono bastate poche: “Non vi garantiamo il diritto allo studio per un problema di numeri, quest’anno 10 alunni non bastano per formare una classe”
Questa è la lezione: 2+2=5. Il problema è comprensibile: i numeri.
Noi siamo persone, non numeri, ma purtroppo hanno ragione le istituzioni, contano i numeri non le persone, quindi 2+2=5, siamo tutti d’accordo.
Sono argomenti molto convincenti: è tempo di crisi, bisogna eliminare le sacche di inefficienza, chiudiamo le scuole, bruciamo i libri.
Giuseppe Brucculeri
- è inutile- Umberto Fiori -
by Giuseppe on lug.31, 2009, under Senza categoria
Anche nelle giornate più serene
di primavera, quando i veli del mondo cadono
e il muro, la strada, il glicine,
ritorna chiara la gioia
che li sostiene e li illumina
- è inutile: prima o poi
mi sento mordere dentro un veleno,
un’ombra, un dispiacere.
Siete voi.




